Le rughe del sentiero

Questa immagine è molto di più di un pezzo di legno spezzato. Non è quel vandalismo che fa tanto figo, è solo il lento e inesorabile lavoro del tempo, stagione dopo stagione, con il sole, la pioggia e il gelo. Ho conosciuto questi cartelli tanti anni fa, scendendo da Belluno, quando ancora puzzavo di fumosi rifugi dolomitici. Le Prealpi, a dire il vero, le guardavo con un po’ di diffidenza, poi ho iniziato a conoscerle anche grazie a questi segnavia dipinti di nero e di rosso, con i numeri incisi da una mano che sapeva il proprio mestiere. Troi della Perlina, Troi de Adamo, Troi del Pindol, l’incomprensibile Chegastret e le Ortesie Basse, nomi che allora erano arcani e che col tempo sono diventati abitudini, compagni di fatiche, poi pagine scritte. Quel 988 spezzato oggi lo capisce solo chi conosce questi cimeli, da quella parte si va in Val d’Agre sopra Miane, luoghi tosti e spesso soli. Li ho visti maturare quei cartelli, come si vede crescere qualcosa a cui si vuol bene. Li ho visti perdere pezzi e in fondo ho visto invecchiare anche me stesso. Forse per questo continuo a fermarmi davanti a loro, con rispetto, perché quel pezzo di legno non racconta solo un sentiero, ma una vita condivisa con chi ama queste montagne. È un sentimento che resta anche quando la vernice sbiadisce e il legno si consuma. Quando passo davanti a questi vecchietti di legno, non so perché, ma mi tolgo il cappello.